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Intervista a Celso Paganini PDF Stampa E-mail
Domenica 01 Settembre 2013 21:15  |   Scritto da Redazione
L’italian sounding è uno dei principali fenomeni di illegalità   esistenti nel settore agroalimentare. 
Il  Made in Italy agroalimentare genera un fatturato annuo pari a 124 miliardi di euro, 25 dei quali provenienti dall’export, il volume di affari  in cui si aggira l’Italian sounding nel 2013 è di circa   60 miliardi di euro.
I dati evidenziano come nei soli  Stati Uniti il valore del fake food si aggira verso i 20 miliardi di dollari contro 2  miliardi dell’ export delle imprese italiane 
Un fenomeno cresciuto del 900% negli ultimi anni con qualche eccellenza in pole position nella classifica dei prodotti taroccati: Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Gorgonzola, Asiago, Mozzarella di Bufala, Prosciutto di Parma e San Daniele.
 
Per comprendere in modo più dettagliato il problema abbiamo intervistato un noto Importatore Italo Americano. Il signor Celso Paganini, Amministratore della   Porto Pavino LLC
 
Intervista a Celso Paganini
 
1. L’Italian Sounding è una delle piaghe che l’Italia deve affrontare, secondo la sua esperienza è necessario predisporre  maggiori strumenti e azioni del marchio Italia?
Sicuramente si. In “americano” si dice, che senza “enforcement and prosecution” le leggi non valgono niente. Questo è ciò che accade qui negli USA. Molti produttori di “fake Italian”, si possono permettere ancora oggi di essere presenti sulla maggioranza degli scaffali della GDO americana, senza incorrere in molti rischi. Non è giusto, ma non abbiamo istituzioni/organi interessati a fare “enforcement and prosecution” qui negli USA. Devono essere dedicate delle risorse a questo.
Provi lei un attimo a copiare dei film con diritti di autore americani. Rischia di finire in galera. Copiare prodotti italiani o nomi di prodotti italiani, per i quali i nostri produttori hanno impiagato secoli per raggiungere un elevato livello di qualità e di gusto, è un crimine che passa sempre ancora impunito. All’inizio dei film americani appare sempre il simbolo della FBI con i riferimenti di leggi varie del codice penale e alle relative sanzioni. Sui certi nostri prodotti applichiamo timidamente marchi IGP o DOP, e niente altro …
Lei non si immagina quanto viene rubato alla nostra cultura nel food. Sta a noi fare pulizia, a far apprezzare e proteggere il prodotto autentico italiano.
2. Signor Celso, si è mai scontrato con persone che hanno commercializzato falso prodotto Italiano?
Si, capita spesso. Esempio “Italian Sweet Red Onion”, prodotte in California. Con i formaggi la situazione è particolarmente complessa: Provolone, Parmigiano, etc. tutti prodotti nello stato del Wisconsin. Quel che mi preoccupa ancora di più è il comportamento di alcuni dei maggiori importatori italo-americani, che vendono centinaia di milioni di dollari di prodotti a loro marchio, prodotti che vengono erroneamente identificati dal consumatore americano come prodotto italiano. Si permettono di usare il loro marchio su prodotti non italiani, ingannando così il consumatore americano. Questo per me è tradimento, perché questa gente, che si è arricchita a sproposito con l’Italia, in particolar modo nel dopoguerra e nei tempi in cui la Lira perdeva il 10% di valore ogni anno, e quindi l’Italia era un po’ come la Cina oggi. Quasi a scopo di lucro, questa categoria di persone, invece di rimanere fedele al Paese che li ha fatti crescere e diventare importanti, lo tradisce e lo danneggia commercializzando dei prodotti che sembrano italiani o sono riconosciuti dai consumatori come tali, senza ovviamente esserlo.
3. Se si  come si è comportato?
Di solito rendo attente le autorità italiane qui negli USA, di solito l’ICE. Con le cipolle c’è stato un scambio epistolare tra ambasciata italiana a Washington e il dipartimento dell’agricoltura americano (USDA) indotto dall’ICE di New York.  La situazione è stata monitorata ed è tornata, in parte e per qualche anno, alla normalità. 
Ci sono molti altri prodotti (troppi) che vengono contraffatti e non c’è un’autorità dedicata a fare questo lavoro sistematicamente, con metodo, e quindi è poco realista aspettarsi che istituzioni per preposte a svolgere altre attività possano impiegare o dedicare del tempo ad un lavoro mastodontico come questo.
4. Ci sono delle norme a supporto del Marchio Italia? Secondo lei sono sufficienti?
Le norme ci sono, devono solo essere applicate in maniera sistematica. Come dicevo prima, manca l’“enforcement and prosecution”, non le leggi. Tenga presente che negli Stati Uniti d’America la proprietà intellettuale è la più protetta al mondo, in particolare brevetti, film, etc. Dobbiamo usare le medesime “armi” che usano gli americani per proteggere la nostra “Intellectual Property” nell’agroalimentare. Quelli della moda in Italia si sanno difendere abbastanza bene, sono solo quelli dell’agroalimentare che sono indifesi, e non si muovono con sistema, uniti. Serve più coordinazione nello sforzo, servono delle task force per ogni tipologia di agroalimentare.
5. Cosa si deve fare secondo Lei per contrastare questo fenomeno così lesivo per l’immagine e l’economia Italiana?
Creare delle istituzioni dedicate a questo, con degli specialisti, e con della gente sveglia che trova le maniere giuste per muoversi. Solo negli USA si pensa che il settore del “Fake Italian” sia dieci volte superiore a quello che viene importato nel food (fonte ricerca ICE). Cioè $3.5 miliardi di food imports, contro $35 miliardi di “Fake Italian”. Sono negli USA si parla di un danno di queste cifre. Sarebbe nell’interesse di tutti i cittadini italiani investire (anche solo €1 milione) per creare un’istituzione dedicata. Conosco delle persone che rappresentano associazioni di categoria italiane negli USA, che conoscono queste problematiche molto bene, e che potrebbero partire immediatamente in questo campo.
6. Lei dirige una importante azienda importatrice di prodotti italiani, dopo tanti scandali l’italian style è ancora richiesto?
L’Italian style è richiesto più di prima e i consumatori americani iniziano a capire la differenza tra la cucina italo-americana e la vera cucina italiana. Sarebbe bene far capir loro anche che diversi importatori italo-americani, stabili da oltre mezzo secolo, hanno perso la connessione con l’Italia, non parlano più italiano, e sono deviati troppo con il tempo dall’autentico italiano. Non sono più in grado di fare onore ai nostri prodotti.
 
 
 
7. E’ stato da poco in Italia, secondo lei gli imprenditori e la politica italiana sono pronti per il mercato globale?
Con la logistica via mare l’Italia purtroppo è ancora un po’ indietro, specialmente nel settore ortofrutticolo con trasporto refrigerato. Transit time da medioevo. Gli imprenditori italiani nel food, ma anche negli altri settori sono invece tra i migliori al mondo, e nonostante un ambiente non particolarmente fertile a idee nuove, a prodotti nuovi, più in generale agli imprenditori, i nostri sono prontissimi ad affrontare ed approfittare della globalizzazione.
 
8. Il prodotto italiano è ancora competitivo? Se no in cosa dovrebbe migliorare?
Si, lo è ancora, non per il prezzo, ma per l’elevata qualità. E’ importantissimo poter comunicare al consumatore la differenza, educare il consumatore a come gustare, assaporare i nostri prodotti. Quando poi avranno imparato, li avremo catturati. Quando riescono ad  assaporare una pera Abate Fetel con una combinazione dei nostri formaggi migliori, non lo dimenticheranno più, e quando si vogliono concedere un momento di piacere, ritornano a comperare i nostri prodotti, non per il prezzo, ma per il sapore, per l’aspetto salutare, e per la storia, la cultura che ci sta dietro.
9. Come è possibile, secondo la sua esperienza combattere, l’avanzata dei paesi emergenti quali Cina, Corea, etc?
Creando punti di differenza e comunicando. Comunicare è fondamentale perché il nostro prodotto è qualitativamente migliore, più buono e più sano. Comunicare la dieta mediterranea. Comunicare il nostro modo di vivere e di assaporare i nostri pasti. Per l’Americano medio, mangiare è semplicemente l’adempimento di un bisogno fisiologico, come per automobile fare la benzina ad un distributore. Per noi italiani no, mangiare è un momento nel quale ci si riunisce, è un momento sociale, parla stando assieme e ci si prende il tempo per assaporare ciò che è stato cucinato. Ciò aiuta anche al nostro corpo e alla nostra mente ad assimilare meglio ciò che magiamo, e quindi a farci vivere meglio. Noi italiani tendiamo ad avere un approccio molto più Slow Food rispetto agli Americani che sono più Fast Food, con tutto ciò che questa differenza comporta: obesità, malattie cardiovascolari, diabete, etc. 
Noi italiani dobbiamo rappresentare i nostri prodotti, dobbiamo differenziarci con la nostro cultura nel food e non dobbiamo lasciarci andare a combattere battaglie di prezzo, nelle medesime arene dove combattono chi della nostra cultura alimentare non ha ancora capito nulla.
10. Signor Celso lei è italo Svizzero Americano, cosa le resta della sua parte italiana?
La passione, la mia dedizione a lanciare prodotti autentici italiani negli USA. La mia vita è dedicata a questo.
11. La sua azienda nello specifico cosa tratta?
Siamo specializzati sulle cose più difficili da importare, l’ortofrutta fresca, ma stiamo facendo molta ricerca anche su salse per pasta, pasta, oli di oliva extra vergine, e altri prodotti food, che andremo a commercializzare direttamente con la GDO americana e con i maggiori distributori HORECA americani.
12. Lei ha cominciato la sua attività di import, con suo padre può dirci cosa è cambiato da allora nel mercato internazionale?
Moltissime cose sono cambiate. Mio padre esportava dall’Italia verso la Svizzera, e a quei tempi servivano personaggi del genere (anni cinquanta sino 1981), visto che le tecnologie di raffreddamento e di trasporto, le comunicazioni, le differenze culturali, giustificavano questo ruolo. Al giorno d’oggi, con la globalizzazione, le filiere diventano sempre più corte, più efficienti, e diventa difficile interfacciare tra l’Italia e la Svizzera, ma è sempre ancora una necessità tra l’Italia e gli USA.
Il processo di importazione negli USA è estremamente e volutamente complicato. La differenze culturali in generale e specificamente nel business sono molto più importanti da quello che può apparire dopo una prima ricerca. Purtroppo l’Europa occidentale e gli USA e Canada, sono sempre culture occidentali, ma tra gli stati UE e gli USA c’è un abisso da questo punto di vista.
Chi è Celso Paganini 
Fondatore e CEO,  
Porto Pavino, LLC, una società che opera nel settore dell’ alimentazione mediterranea che, principalmente  importa frutta e verdura belle ed ha lanciato    il marchio BellaVita
Porto Pavino LLC BellaVita opera sotto l'egida del capogruppo Porto Pavino, un'azienda alimentare che importa frutta e verdura belle d'Italia e la Mediterraneo, con sede a Chatham, nel New Jersey. BellaVita prodotti sono stati importati negli Stati Uniti dal 2002, e la famiglia Paganini opera nel settore ortofrutta   nell’ esportazione dall 'Italia verso l'Europa da quasi  100 anni. http://www.bellavitafoods.com
 A cura di Anna Zollo
 
 

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