Utopie e distopie nel mosaico paesistico-culturale. Visioni Valori Vulnerabilità XVII Convegno IPSAPA/ISPALEM 27 e 28 Giugno 2013

Riportiamo la notizia  di un importante convegno internazionale organizzato dalla IPSAPA/IPSALEM. il 27 e 28 Giugno 2013 ad Udine 

https://sites.google.com/site/landscapewonder/convegno-2013/call-for-papers
Presentazione del Presidente Nazionale Prof. Livio Clemente Piccinini

 Anche questa edizione del convegno IPSAPA vuole stimolare il senso critico, cogliendo non solo i sogni dei bei progetti, ma anche le delusioni dei progetti non realizzati, e le distorsioni che si creano quando tendenze diverse si scontrano. Abbiamo aggiunto una maggiore attenzione al problema della valutazione, e anche questa è una esaltazione del senso critico: quanto “vale” ciò che conosciamo o ciò che progettiamo? quanto vale per chi? Per quanto tempo varrà?

Non facciamoci spaventare da nomi mitici come Città del sole, Utopia, Nuova Atlantide e non cediamo al loro canto delle Sirene. Riprendiamo innanzitutto da Friedman due definizioni sull’utopia e sulla distopia urbane: il pensiero utopico rappresenta la capacità di immaginare un futuro che si stacca in modo significativo da quella che sappiamo essere una condizione generale del presente  …. Nella particolare forma della distopia, il pensiero utopico ci può mettere sull’avviso di fronte a certe tendenze del presente che, se lasciate continuare senza interventi e portate alle loro conseguenze estreme, finirebbero per portarci a un mondo che troveremmo orribile

 L’accento non cadrà tanto sulle utopie urbanistiche della città perfetta, in quanto questo è un campo troppo bene esplorato dagli urbanisti e dagli architetti  e del resto è stato affrontato fin dal principio da molti utopisti nella descrizione dei loro piccoli mondi perfetti. Vorremmo piuttosto esplorare le forme spaziali astratte dell’utopia e delle distopie. Con il termine distopia intendiamo non solo le conseguenze estreme degli errori nel cammino umano, ma anche i conflitti che sorgono tra differenti utopie e soprattutto tra utopie e mondo reale. Questi conflitti ci porteranno a considerare le forme spaziali nella loro evoluzione temporale, non solo come punto di partenza e di arrivo ma anche come processo, con fasi intermedie che spesso vengono mascherate dal detto “il fine giustifica i mezzi”.

Il campo va innanzitutto liberato dalla lunga distopia tra città e campagna, Le aree di confine non sono mai ben definite, e comprendono l’accostamento di tessere molteplici a volte giustapposte come vere tessere di mosaico, a volte rappresentate da aree miste in cui le componenti divengono indistinguibili. Il desiderio di classificare e di separare deve cedere allora all’analisi della fusione, della mescolanza, della dissoluzione e dell’allargamento dei confini, come sistematicamente fece Gottman nel suo celebrato (ma anche criticato) Megalopolis.

Vediamo due tipici modi di proporre utopie spaziali: il primo prevede l’ordine come separazione, seclusione, destrutturazione in layers distinti, l’altro è quello della totalità, come accesso, olismo, polimorfismo. Il sogno della totalità spesso porta alla perdita delle radici e dell’identità, porta alla creazione di una vasta zona indefinita dove ogni individuo diviene intercambiabile, mentre l’opposto sogno dell’ordine porta a perdere la visione globale per addentrarsi nei meandri delle minutiae.

L’utopia dell’ordine si associa spesso alla ricchezza e allo spreco. Pensiamo ad esempio alla specificità degli stadi destinati a un solo sport, ai velodromi, ai cinodromi, agli stessi campi da tennis o ancor più assurde alle attrezzature destinate a un solo sport, come le scarpe o i calzoni o le magliette. La ricchezza non è multifunzionale, e se lo è lo è solo ai livelli di altissimi tecnologia e di design. Dall’altra parte troviamo la plurifunzionalità, gli spazi multipurpose, i loft dove tutti i partecipanti devono occuparsi di tutto rinunciando ad ogni residuo di vita privata.

Una utopia più complessa è quella del salto di dimensione. La più tipica è quella del passaggio da due a tre dimensioni, antica aspirazione a panorami sempre più vasti da conquistare con torri sempre più alte, con ascensioni sempre più faticose e ardite, con macchine volanti sempre più vicine alla libertà dell’uccello. Ma non va dimenticato il passaggio da una a due dimensioni quando i percorsi di esplorazione cessano di essere sequenziali e obbligati – così non ci sono pensieri – e divengono liberi e labirintici, come nel mare aperto, e anche in certi parchi e come in effetti avviene sui campi da gioco. I confini, come abbiamo detto, si pongono in una dimensione intermedia tra la linea e la superficie; la matematica ha dato un quadro conoscitivo di questi fenomeni ben prima che Mandelbrot pubblicizzasse i frattali, ma l’incertezza della dimensione resta sempre ben percepita sulle coste sabbiose, nelle lagune, nelle paludi, nelle coste a falesie, nei vicoli delle città medievali.  A questo proposito ricordiamo le strade panoramiche che vogliono costituire penetrazioni bidimensionali con uno strumento che di sua natura è unidimensionale. Oggi non sembrano più di moda, anche per la loro invasività, ma hanno lasciato esempi affascinanti sui passi dolomitici e quella realizzazione di armonia piena e ricca che è il viale dei Colli di Firenze.

L’utopia del tempo costituisce un altro grande stimolo all’invenzione. La proiezione verso il futuro è animata di presunzione, ma forse aiuta i nostri discendenti. Non solo letteratura a futura memoria (quanti hanno scritto come Orazio  exegi monumentum aere perennius), ma anche oggetti della vita, non solo nelle tombe, ma nei musei specializzati delle ditte produttrici. Oggi vi è il gusto di ricostruire frammenti di passato, più o meno coerenti e completi, più o meno corretti sul piano filologico, più o meno sincronici. Utopia è il museo della civiltà fotografata per così dire in un anno ben preciso, pur sapendo che invece in nessun momento reale essa aveva esattamente quell’aspetto, in quanto ogni persona, ogni casa, ogni monumento portava segni di epoche sfalsate.

Il tempo è pieno di anacronismi, che rendono bello, sfaccettato e affascinante  il nostro mondo urbano. Vi è d’altra parte la tendenza ecologico-filologica a non accettare gli anacronismi nell’ipotetico mondo rurale, alla ricerca del valor paesaggistico originale. La ricostruzione di un paesaggio perfettamente sincrono è contraddittoria, e quindi deve venire affidata a un progetto olistico a grande scala. Il committente pubblico creò parchi reali, geometrici ovvero dotati di colline e di laghetti. Accanto ai bacini lacustri nati, spesso con buoni effetti paesaggistici e turistici, per esigenze industriali, troviamo ora interessanti esperimenti di riuso di cave, di miniere, di montagne di detriti. Il brutto può convertirsi, a prezzo più o meno alto, in paesaggi non solo accettabili (mitigazione) ma proprio belli e creativi. Si tratta di utopie che dal progetto riescono a raggiungere la realtà. Basta che il periodo intermedio, degli interventi frazionari, dell’ “un lotto dopo l’altro”, non sia eterno e non rappresenti la fine, come spesso avviene nei parchi urbani. Una utopia incompiuta quasi sempre è una distopia, perché crea l’ambiente incompleto che verrà riusato per altri scopi che sfuggono al controllo progettuale anche dal punto di vista sociale.

Questo dell’uso distorto o pericoloso del paesaggio utopico è un tipico difetto dei progetti che si limitano alla ricerca del bello senza fare i conti con la sostenibilità economica e con la fruibilità dell’opera: possono mancare i collegamenti, possono mancare i servizi accessori, può proprio mancare l’utenza sufficiente ad assicurare la sicurezza. I parchi pubblici, specie quelli abbastanza articolati da occludere le visuali, come negli angiporti delle città di mare del medioevo,  non garantiscono le condizioni di sicurezza ai frequentatori e quindi innestano rapidamente una spirale di marginalizzazione sociale che si autoalimenta. Neppure l’altra utopia del “Grande fratello”, con le sue spie elettroniche disposte ovunque, con i programmi di analisi automatica dei comportamenti anomali, può dare garanzie sufficienti, pur potendo arrecare un continuo grande fastidio alle persone medie, che uscite dai secoli del “Dio ti vede” sono ora entrate nell’epoca orwelliana del “Grande fratello”.

I grandi paesaggi dell’utopia sono stati fatti dalla natura con i suoi movimenti geomorfologici contrastanti. Tra i più suggestivi vi sono le strutture cilindriche ripetute, o i paraboloidi appuntiti come nelle montagne dell’oriente asiatico, ripresi in qualche misura dagli slanci verticali dell’architettura, ma ricondotti alla originaria poesia naturale da pochi (e qui pensiamo alle forme di Niemeyer). Nel bidimensionale il fascino del voluttuario viene colto nei meandri, nei canali che segnano le lagune, negli atolli. L’urbanistica organica condizionata dalle asperità della natura riesce a riprodurre questi effetti di creazione frattale miniaturizzata per necessità, ma anche in questo caso la percezione è quella dal capriccio. Altri sono i casi sono dell’utopia progettata veramente come capriccio, e ne abbiamo parlato nel convegno sul Wonderland. 

Forse il più bel segno dell’utopia realizzata è l’elicoide, dove la linea conquista la tridimensionalità senza lasciare il segno delle altezze, come avviene nelle scale a chiocciola che salgono sui campanili delle cattedrali, come avviene con il doppio elicoide della scala del pozzo di San Patrizio (a anche all’ingresso dei Musei Vaticani), come avviene più prosaicamente nei garage multipiano dove solo le indicazioni permettono di percepire il piano a cui ci si trova. Singolare l’effetto dell’elicoide aperto sul vuoto centrale nell’albergo La Torre del Sestriere, dove le stanze sono tutte a livelli diversi e non esistono in teoria i piani.

“Beati gli  ultimi perché saranno i primi”. Il detto evangelico non è solo utopia. Quante volte vediamo i quartieri più degradati di una città e li evitiamo, mentre invece saranno proprio questi i luoghi dove nascerà la città nuova ipermoderna (Londra insegna). I meccanismi di valore che sottostanno a questo fenomeno sono ben noti, ma egualmente non è facile prevedere esattamente dove il fenomeno della resurrezione avverrà.

Come Calvino ci ha insegnato nel suo indimenticabile “Le città invisibili” l’utopia della conoscenza totale e dell’ordine totale contiene nelle sue profondità più nascoste le radici di nuove forme di libertà e di creazione.

 Proviamo ora a suggerire alcuni temi per le sessioni plenarie

 Rivisitare o rivivere il mosaico paesistico-culturale?

 Frammenti del passato nei contesti presente

            I luoghi della fede tra passato e presente

            Vita quotidiana a Venezia versus vita quotidiana nei centri storici

            Proiezioni future del mosaico paesistico-culturale

            Contaminazione di stimoli diversi nel tempo e nella percezione

Cambiamenti di scala tra progetto e percezione

             Architettura high tech nel paesaggio globale

            Originalità e ripetizione nell’arredo urbano

            Personalizzazione nell’uso delle abitazioni

            Multifunzionalità e multitemporalità

            Le meta-reti: sistemi di vie di ingresso e vie di fuga

  Mutamenti contingenti e mutamenti secolari del valore

             La valutazione dei monumenti

            Valori di contesto

            Dal degrado alle edge cities

            Città emergenti e città in estinzione

            I luoghi della fantasia

 Piani diversi, attori diversi, scale diverse

             Simboli locali, simboli globali

            Rivisitazione delle strade antiche

            Comunicazione telematica e condivisione di interessi

            Reti di informazione e pregnanza della scala

            Reti di movimento non invasive

 I temi su cui potranno articolari le sessione parallele sono basate su tre percorsi culturali: 

A –  Visione e progetto (Visione), 

B – Valori locali, valori globali (Valore), 

C – Costruzione, decostruzione e rinnovamento (Vulnerabilità)

 

A– Visione e progetto

 A1       Dal’ipotesi al progetto

            A2       Flessibilità e rigidità nel progetto territoriale

            A3       Oltre le previsioni, nel bene e nel male

 

B- Valori locali, valori globali

 

B1       Esaltazione e neutralizzazione dei valori nel contatto di scale diverse

            B2       La natura come mano attiva nella realizzazione delle utopie

            B3       Le reti informative e la modifica del valore

 

C- Costruzione, decostruzione e rinnovamento

 

            C1       L’utopia guida la cultura, la cultura guida l’utopia

            C2       Il paesaggio decostruito nella percezione quotidiana

            C3       Il vecchio, l’antico e il rinnovamento nella progettazione d’élite